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La Rabatana

La Rabatana di Tursi, è il primo e più antico borgo, concepito e costruito come un grande castello, intorno ad un fortificato maniero.

Dopo il declino di Pandosia, l’antica colonia magno-greca, avevano qui trovato sicuro rifugio i Goti prima (intorno al V secolo circa), poi i Saraceni (IX – X secolo) e quindi i Bizantini.

Dunque, dalla perduta origine forse gotica e dai resti strutturali di civiltà arabo-musulmana, ormai mimetizzati da insediamenti e stratificazioni successivi, lo storico rione conservava i resti di un torrione dell’ampio fortilizio, ormai “diruto” alla fine del ‘700, un tempo inespugnabile come pochissimi nell’intera regione.

Dalla sommità della collina, infatti, si dominano la valli fluviali dell’Agri e del Sinni con la foce e l’arco dell’alto Jonio, mentre sono ben visibili undici paesi circostanti.

Ma la Rabatana (in origine denominata Arabetana, poi Arabatana, cioè “tana degli Arabi”, ma più probabilmente da Ribat: città fortificata) si fa apprezzare ancora per la struttura architettonica difensiva (che solo qui manifesta la tipologia originaria), di chiara impronta saracena, con cunicoli, grotte e strettoie, e con gli archi incrociati (“a schiena d’asino”, le cosiddette “volte a vela”).

Case e palazzi furono edificati praticamente in continuità e tutti tra loro comunicanti, con finestre e feritoie laterali, per poter guardare agevolmente senza essere visti dall’esterno.

Ripide viuzze d’accesso erano state realizzate solo all’esterno dell’intero caseggiato; sbarramenti progressivi, quasi in forma concentrica e a salire verso la sommità collinare, con portoni rinforzati nelle strette e scoscese strade, realizzavano un sistema di protezione a prova di sfondamento.

Ogni vicolo, simile a corridoi interni, passava necessariamente sotto un’arcata, quasi attraversando le costruzioni abitate al piano rialzato, che consentivano controlli e interventi anche dall’alto, eludendo improbabili effetti a sorpresa.

Nel tempo, però, la Rabatana, cominciò a perdere la sua originaria rilevanza socio-economica, pur essendo affollato in maniera più o meno costante da un migliaio di abitanti (fino agli anni Settanta del Novecento) e mantenendo la caratteristica di essere riccamente presidiato dai maggiorenti del paese, che vivevano contornati da una moltitudine lavoranti, nei loro straordinari palazzi superbamente nobiliari eppure privi di sfarzo esteriore, come quelli dei Cucari, Donnaperna, Siderio, Labriola, Picolla-Ferrauto, Vozzi.

Persa la sua centralità, dal più antico rione scaturiscono comunque fascino, bellezza, mistero e suggestioni.

Inoltre, si può ammirare la ristrutturata chiesa di Santa Maria Maggiore (del X secolo, ad opera dei monaci Basiliani), elevata in Collegiata da Papa Paolo III nel 1546, dove si conservano numerose opere d’arte: il portale d’ingresso del ‘500, un Crocifisso e gli angeli lignei del XVI secolo ed un Trittico del XIV sec. (recentemente restaurato e adesso ricollocato), attribuito alla scuola Napoletana di Giotto, con al centro la Madonna e Bambino in trono e, ai lati, sei scene della sua vita; vi si conserva, pure, il sarcofago marmoreo, con il fregio di San Giorgio, del giovane figlio dei nobili De Giorgiis, originari di Anglona, i quali, consapevoli della prossima estinzione familiare, chiesero ed ottennero di affrescare i locali, probabilmente opera di Giovanni Todisco, e di posizionarvi un pregevole presepe in pietra, dello scultore Altobello Persio, nel 1550 (artisticamente analoghi ai lavori della Cattedrale di Matera).

Poco distante, sulla frontale collina, è posizionato il magnifico ex Convento di S. Francesco, dei frati Minori osservanti, costruito anche prima del 1441, ma abbandonato definitivamente all’inizio del secolo scorso. Successivamente e per oltre due secoli, si intensificò il legame tra Tursi e la grande e nobile dinastia dei Doria (successivamente anche ai Doria-Spinola, Doria-Del Carretto e Colonna-Doria).

Acquistato il castello dai Grimaldi, banchieri napoletani, quand’era in costruzione, la famiglia genovese lo denominò quasi subito “Palazzo Tursi” (oggi è sede del civico Municipio). Da ricordare che, proprio in Rabatana, è nato in via Duca degli Abruzzi n. 15, il grande Albino Felice Pierro (1916-1995), più volte candidato al premio Nobel, che ha reso immortale la lingua dialettale tursitana.